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"Noi riteniamo che siano evidenti le seguenti verità: che tutti gli uomini sono creati uguali e dotati dal loro Creatore di alcuni inalienabili diritti quali la Vita, la Libertà e la Ricerca della Felicità. Che i governi sono istituiti dal popolo al fine di garantire tali diritti. Che, qualora non lo facessero, i cittadini sono tenuti a rovesciarli e a istituirne di nuovi che siano capaci di garantire la Sicurezza e la Felicità delle persone." HAI MSN? AGGIUNGIMI: atlanticpeople@hotmail.it

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lunedì, 23 luglio 2007

Da Libero del 22/07/07 - No Comment -

Afghanistan-Italia. Kabul-Perugia. Al Qaeda e giornalisti. Strani intrecci sono venuti alla luce del sole in queste ore. Essi gettano ombre sul ruolo di un'informazione che come minimo si rivela deviata. I fatti. 1) A Perugia ieri la polizia ha scoperto una scuola di terrorismo. Si cominciava con i bambini: gli agguati si fanno così (e si mostrava il video), per sgozzare in modo efficace e sicuro si deve muovere la mano in questa maniera (e c'era il film). Arrivava poi l'insegnante di arti oscure con maneggio di veleni, il docente pratico di esplosivi, il maestro di mitra e di coltello. Si spiegava poi quali itinerari percorrere per affluire nei luoghi volta per volta scelti per la Guerra Santa. Dov'era situata questa palestra per allenarsi allo sport dell'assassinio? In una moschea. Ma no? E il capo era l'imam di Perugia Ponte Felcino. Con lui (Mustapha El Korchi) sono stati arrestati altri tre marocchini. Si insegnava anche a guidare sommariamente dei Boing 747, detti Jumbo. L'idea del perché forse l'avrete intuita. 2) Gli inquirenti dicono: gli arrestati costituiscono una cellula di Al Qaeda. Ovvio: sono innocenti fino al terzo grado di giudizio e dunque terroristi solo presunti anche coloro che sono stati trovati con le mani nel sacco della propaganda decapitatrice. Incuriosisce la stupenda reputazione di cui godeva questa moschea e il suo predicatore. Il Giornale dell'Umbria ne ha descritto così il fondatore: è un muratore, con tre figli, in Italia da quasi vent'anni, votato a combattere l'isolamento e le incomprensioni. Ha messo su una associazione nella sede della Asl. Un uomo molto pio. Trascrivo: «La preghiera è una componente fondamentale della nostra attività - dice Moustapha El Korki, uno dei leader dell'associazione - ma facciamo molte altre cose». Sincero. Adesso le conosciamo queste «altre cose». Ma il Giornale dell'Umbria traduce: «...accoglienza e consulenza per gli immigrati di religione musulmana, ad esempio. "Molti arrivano in Italia e non conoscono le leggi di questo Paese - continua Moustapha noi formiamo un appoggio importante, un punto di riferimento per ogni tipo di spiegazione e di consiglio". L'idea di uno spazio comune in cui i musulmani del paese potessero riunirsi per la preghiera e per discutere risale al 2000. Nel 2001, poi, la costituzione dell'associazione. «Che presto si trasformerà in onlus, e con un nome italiano, più accessibile", ride Mustafa. Gli iscritti e i frequentatori della moschea provengono soprattutto dal Maghreb - proprio come lui, che è marocchino ma ci sono anche mediorientali, centroafricani, albanesi. In una realtà spesso dipinta come difficile proprio per le tante identità che in essa convivono, come è Ponte Felcino, la "Ibn Khaldoun" si sta impegnando intensamente per favorire l'integrazione degli arabo-musulmani e la conoscenza reciproca con gli autoctoni». Una medaglia. 3) Domanda. Ma come? In Italia c'è Al Qaeda? Per i lettori di Libero suonerà come una presa in giro. Ma per i clienti di altri quotidiani suona come una novità assoluta. Ad esempio La Repubblica. Prendiamo un titolo di prima pagina: «Al Qaeda non ha uomini che operano in Italia» (21 marzo 2006). Firmato Carlo Bonini e Giuseppe D'Avanzo. La loro fonte è un uomo che per essi è la verità incarnata, figuriamoci se può mentire. Si chiama Abu Fara'l al-Libbi ed è il numero 3 di Al Qaeda. Bonini e D'Avanzo citano un documento del Sismi finito nelle loro mani, e a cui credono assolutamente, dato che è negazionista ed avalla l'idea che gli allarmi sul terrorismo sono un'invenzione degli esperti «in manutenzione della paura», cioè Bush, Blair, Berlusconi e - per li rami - Pollari. Bonini e D'Avanzo sintetizzano il pensiero del personaggio: «Al Qaeda non dispone in Italia di collegamenti utili per organizzare un'operazione». Essi fanno valere a riguardo dei pentiti di Al Qaeda (pentiti?) lo stesso postulato etico che ha messo sul piedistallo della sincerità giuringiuretta i collaboratori mafiosi: non possono mentire. Oro colato per Repubblica e l'opinione pubblica di sinistra. D'Avanzo ha inciso sulla pietra questa sentenza: «Osama Bin Laden non è il terrorista apocalittico o il Satana narcisistico della vulgata, ma un leader che fa quel che dice e crede in quel che fa» (4 ottobre 2005). Dunque Abu Fara'l è un oracolo. Deduzione: il capo del Sismi non rende noto questo documento segreto perché «non omogenea al coro della propaganda». Non fa paura. Onde per cui, secondo Repubblica, il diktat: «Nessuno deve sapere». Infatti finisce su Repubblica. A cui l'idea che l'islam imponga di mentire per il bene della causa non viene in mente. Così passa questa operazione di intossicazione dell'informazione ad opera di non si capisce di quali settori della Cia e del Sismi deviati o forse molto dritti che passano agli ossequienti cronisti queste carte. Non sarebbe stato il caso di prenderli con le molle? 4) Per coerenza con le citate molle anche noi prendiamo con i dovuti dubbi le scoperte della Ucigos (la polizia antiterrorismo) di Perugia. E domandiamo al suo capo, il dottor Carlo de Stefano: sicuro di non voler attizzare la paura per conto di Bush e Berlusconi mentre in realtà si tratta di un gruppo spontaneo di muratori capace tutt'al più di far saltare la corrente di una Asl? Non è che sta perseguitando un innocente associazione benefica, dedita all'integrazione? 5) Intanto a Kabul si susseguono notizie e contronotizie. Di certo sono stati rapiti due ingegneri tedeschi. Si sa che li hanno sequestrati i talebani. I quali, per bocca del loro portavoce Mohammed Yousuf, sostengono di averne decretato ed eseguito la condanna a morte. Il governo di Karzay ha corretto: non è vero siano stati uccisi. Uno sarebbe morto di infarto, l'altro è prigioniero ma vivo. I tedeschi non si pronunciano. Angela Merkel ha dichiarato irricevibile la richiesta di ritiro delle truppe, e a sua volta il governo afgano ha già detto che non avrebbe più regalato alla Guerra Santa altri assassini oggi in carcere. 6) Altri 23 tra medici e operatori sanitari sudcoreani sono stati presi in questi giorni dai talebani. Viaggiavano in pullman. L'agenzia Reuters attesta: «Qari Mohammed Yousuf, che ha parlato al telefono da una località sconosciuta, chiede che tutti i prigionieri talebani nelle carceri afgane siano liberati e che la Corea del Sud ritiri le proprie forze dall'Afghanistan». Qari Yousuf è anche una vecchia conoscenza nostrana. Toccò a lui gestire il sequestro dell'inviato di Repubblica Mastrogiacomo nel marzo scorso. Youssuf ha una certa esperienza dunque. Fu eccezionale con Gino Strada e Hanefi. Cinque generali talebani per un giornalista italiano. Ventitré medici coreani e due ingegneri tedeschi varranno almeno qualche migliaio di soldati semplici, o no? Ingolositi dal bottino ottenuto grazie a noi, ora ci riprovano. 7) Chi comanda ora i sequestratori tagliagole? Dadullah Mansoor, consegnato ai suoi su richiesta del governo italiano per liberare Mastrogiacomo. E dannare coreani e tedeschi. Naturalmente Repubblica tace ancora questa piccola enorme notizia. Comunque Al Qaeda non esiste, vero?
postato da: Simmaco alle ore 12:05 | link | commenti (1)
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giovedì, 19 luglio 2007

Chi critica il Dalai Lema è deficiente e reazionario

 

Leggete quest'articolo dall'Occidentale di oggi: http://www.loccidentale.it/node/4604.

Orgoglioso di essere un deficiente a questo punto. E poi criticava Berlusconi che dava dei coglioni a chi votava la sx! Ah la coerenza....

postato da: Simmaco alle ore 08:23 | link | commenti
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mercoledì, 18 luglio 2007

E qual è la novità?

Direi che ci siamo. Finalmente il nostro governo (sigh) dichiara apertamente le sue posizioni. E non stiamo parlando di quelle schegge pazze della sinistra estrema ma niente meno che del ministro degli Esteri Massimo D'Alema, il quale esorta l'Occidente a dialogare con Hamas, Hezbollah e altri gruppetti terroristici che hanno un certo appoggio popolare nei loro stati. Il motivo? Se si isolano rischiano di cadere nelle mani di Al Queida. Come se non ci fossero già caduti o non fossero più pericolosi dell'organizzazione terroristica islamica che ha sconvolto NY ed il mondo l'11 settembre 2001. Ripetendo un ragionamento che hanno fatto in tanti oggi (per fortuna) e che è possibile leggere su molti giornali: bisognerebbe appoggiare un movimento come quello nazista solo perchè eletto democraticamente dal popolo? A quanto pare il nostro governo (sigh) pensa di si. Forse sarebbe il caso di ricordare a questi geni politici quanto ha fruttato l'appesament nei confronti di Hitler dell'allora primo ministro inglese Chamberlain o del francese Daladier.  Ma forse mi sbaglio e sanno benissimo tutto questo.  Già, perchè in fondo l'apertura del Dalai Lema ad Hamas non mi ha stupito per niente, come non mi ha particolarmente colpito la passeggiata dell'anno scorso insieme al capo di Hezbollah. Insomma quale è la novità? E' da anni che la sinistra fa propaganda anti-israeliana non solo in Italia ma in tutta Europa. Cosa si aspettavano gli italiani dall'elezione di un governo che riesce a stare in  piedi se non inchinandosi ai Dilimberto o ai Giordano? Anche se inizio a pensare che agli italiani frega ben poco di queste posizioni assurde del governo. Sono subito pronti a scendere in piazza se gli toccano il portafoglio, ma se toccano un ebreo o aiutano i terroristi poco gli frega. Il problema è che a queste posizioni ci si sta abituando. Come a tutto il resto. E l'abitudine genera apatia e rassegnazione.

postato da: Simmaco alle ore 12:51 | link | commenti (1)
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martedì, 17 luglio 2007

Fukuyama: «L'Europa è a rischio»

Dal "Corriere" di oggi un ottima analisi
Ecco perchè non riusciamo a integrare gli immigrati musulmani
Il politologo americano: «Il fallimento del sogno multiculturale mina le fondamenta della democrazia»
L e moderne società liberali in Europa e Nord America tendono ad avere identità deboli; molti celebrano il loro pluralismo e multiculturalismo, sostenendo che la loro identità in effetti è non avere identità. Il fatto è che l'identità nazionale continua a esistere in tutte le democrazie liberali, anche se con caratteri differenti in Nord America rispetto ai Paesi dell'Ue. Secondo Seymour Martin Lipset, l'identità americana è sempre stata di natura politica, essendo gli Usa nati da una rivoluzione contro l'autorità statale con alla base cinque valori fondanti: uguaglianza, libertà (o antistatalismo), individualismo, populismo e laissez-faire. L'identità americana ha le sue radici anche nelle diverse tradizioni etniche, in particolare in quella che Samuel Huntington definisce la cultura «anglo-protestante», da cui derivano la famosa etica protestante del lavoro, l'inclinazione all'associazionismo volontario e il moralismo in politica. Questi aspetti chiave della cultura americana all'inizio del XXI secolo sono stati distinti dalle loro origini etniche, divenendo patrimonio della maggioranza dei nuovi americani.
In Europa dopo la seconda guerra mondiale ci fu un forte impegno nella creazione di un'identità europea «postnazionale», ma ancora pochi pensano a sé come genericamente europei. Con il rifiuto della Costituzione europea nei referendum in Francia e in Olanda nel 2005, i cittadini hanno segnalato alle élites di non essere pronti a rinunciare allo Stato e alla sovranità nazionale. Le vecchie identità nazionali europee continuano a sussistere e la popolazione conserva tuttora un forte senso di cosa implichi l'essere inglese, francese o italiano, anche se non è politically correct affermare troppo fortemente tali identità. Le identità nazionali in Europa, comparate a quelle nelle Americhe, rimangono più fondate sugli aspetti etnici. La maggior parte dei Paesi europei tende a concepire il multiculturalismo come una cornice nella quale far coesistere culture differenti, piuttosto che un meccanismo di transizione per integrare i nuovi arrivati nella cultura dominante.
Quali che siano le esatte cause, il fallimento europeo nel tentativo di creare una migliore integrazione dei musulmani è una bomba a orologeria che ha già contribuito al terrorismo, che certamente provocherà una più decisa reazione dei gruppi populisti e che può persino minacciare la stessa democrazia europea. La soluzione di tale problema richiede cambiamenti nel comportamento delle minoranze immigrate e dei loro discendenti, ma anche in quello dei membri delle comunità nazionali dominanti. Il primo versante della soluzione è riconoscere che il vecchio modello multiculturale non è stato un grande successo in Paesi come l'Olanda e la Gran Bretagna, e che è necessario sostituirlo con tentativi più energici per integrare le popolazioni non-occidentali in una comune cultura liberale. Il vecchio modello multiculturale era basato sul riconoscimento dei gruppi e dei loro diritti. A causa di un malinteso senso di rispetto per le differenze — e talvolta per sensi di colpa postcoloniali — è stata ceduta alle comunità culturali un'eccessiva autorità nel fissare regole di comportamento per i loro membri. Il liberalismo non può essere basato sui diritti dei gruppi, perché non tutti i gruppi sostengono valori liberali. La civiltà dell'Illuminismo europeo, di cui la democrazia contemporanea è l'erede, non può essere culturalmente neutrale, dal momento che le società liberali hanno propri valori che riguardano l'eguale dignità e valore dei singoli. Le culture che non accettano tali premesse non meritano uguale protezione in una democrazia liberale. I membri delle comunità immigrate e i loro discendenti meritano di essere trattati su un piano di parità come individui, non come membri di comunità culturali.
Non c'è ragione perché una ragazza musulmana sia trattata differentemente da una cristiana o da un'ebrea rispetto alla legge, comunque la pensino i suoi parenti. Il multiculturalismo, per come fu originalmente concepito in Canada, negli Usa e in Europa, era in un certo senso un «gioco alla fine della storia »: la diversità culturale era vista come un tipo di ornamento al pluralismo liberale, che avrebbe provveduto cibo etnico, vestiti coloratissimi e tracce di tradizioni storiche distintive a società spesso considerate confusamente conformiste e omogenee. La diversità culturale era qualcosa da praticare largamente nella sfera privata, dove non avrebbe condotto ad alcuna seria violazione dei diritti individuali, né avrebbe minato l'ordine sociale essenzialmente liberale. Per contro, oggi alcune comunità musulmane stanno avanzando richieste per diritti di gruppo che semplicemente non possono essere adattati ai principi liberali di uguaglianza individuale. Tali richieste includono esenzioni speciali dalla legislazione familiare valida per chiunque altro nella società, il diritto di escludere i non musulmani da alcuni particolari eventi pubblici o il diritto di opporsi alla libertà di parola in nome dell'offesa religiosa (come nel caso delle vignette danesi). In taluni casi estremi, le comunità musulmane hanno persino espresso l'ambizione di sfidare il carattere laico dell'ordine politico nel suo insieme.
Tipologie simili di diritto di gruppo intaccano i diritti di altri individui nella società e sospingono l'autonomia culturale ben oltre la sfera privata. Chiedere ai musulmani di rinunciare ai diritti di gruppo è molto più difficile in Europa che negli Usa, perché molti Paesi europei hanno tradizioni corporative. L'esistenza di scuole cristiane ed ebree finanziate dallo Stato in molti Paesi europei rende difficile argomentare in via di principio contro un sistema scolastico supportato dallo Stato per i musulmani. Queste isole di corporativismo pongono importanti precedenti per le comunità musulmane e risultano d'ostacolo al mantenimento di un muro di separazione fra religione e Stato. Se l'Europa deve stabilire il principio liberale di un pluralismo fondato sugli individui, allora deve affrontare il problema di tali istituzioni corporative ereditate dal passato. Le modalità con cui l'identità nazionale continua a essere intesa e vissuta talvolta costituiscono una barriera per i nuovi arrivati, che non condividono l'etnia e la religione delle popolazioni originarie. Questo senso di appartenenza a un luogo e a una storia dovrebbe non essere cancellato, ma reso quanto più aperto possibile ai nuovi cittadini.
A dispetto delle sue origini assolutamente differenti, l'America può avere qualcosa da insegnare agli europei nel loro tentativo di costruire forme postetniche di cittadinanza e appartenenza nazionale. La vita americana è piena di cerimonie parareligiose e rituali intese a celebrare le istituzioni politiche democratiche del Paese, laddove invece gli europei hanno largamente deritualizzato la loro vita politica. Queste cerimonie sono invece importanti per l'assimilazione dei nuovi immigrati. Inoltre, in gran parte dell'Europa, una combinazione di regole rigide nel mondo del lavoro e di benefit generosi spiega come gli immigrati non vengano in cerca di lavoro, ma di welfare. Molti europei affermano che il meno generoso welfare state statunitense privi i poveri di dignità. È invece vero il contrario: la dignità si sviluppa grazie al lavoro e al contributo che attraverso il proprio lavoro una persona dà al resto della società. In diverse comunità musulmane in Europa, circa metà della popolazione sopravvive grazie al welfare, il che contribuisce direttamente a indurre un senso di alienazione e disperazione. Il dilemma dell'immigrazione e dell'identità converge con il problema più vasto della mancanza di valori della postmodernità. L'insorgere del relativismo ha reso più difficile per i postmoderni affermare valori positivi e perciò anche quei valori di base condivisi che agli immigrati è chiesto di fare propri come condizione per la cittadinanza. Al di là delle celebrazioni della diversità e della tolleranza, i postmoderni trovano difficile accordarsi sulla sostanza di un bene comune cui aspirare unitariamente. L'immigrazione ci costringe in maniera particolarmente stringente a porci la domanda: «Chi siamo?». Se le società postmoderne debbono muoversi verso una più seria discussione dell'identità, avranno bisogno di portare alla luce le virtù positive che definiscono cosa vuol dire essere membri di una società più vasta. In caso contrario, rischiano di essere sopraffatte da chi è più sicuro della propria identità.
Francis Fukuyama
postato da: Simmaco alle ore 15:00 | link | commenti
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venerdì, 13 luglio 2007

Come sterminarsi da soli

 

Diciamo che la cosa non mi ha particolarmente stupito. Nè per essere stata proposta ma nemmeno per la persona da cui è stata proposta. L'inutile ministro ferrero (scrivo l'iniziale in minuscolo apposta) dell'inutile ministero della solidarietà ha proposto di donare una cifra che oscilla dai 10 ai 50 milioni di euro alle moschee e ai centri islamici (molti dei quali non certo moderati) per favorire l'integrazione dei mussulmani.  Ora, evidentemente io ed  il ministro ferrero abbiamo due diverse definizioni per la parola integrazione. Per me significa che i mussulmani che vengono qui devono ubbidire alle leggi locali, frequentare scuole pubbliche italiane, mescolarsi con la gente del paese, magari se fosse possibile perdendo certe usanze tribali che vanno contro il rispetto e la dignità della persona così come la intendiamo noi. Per il ministro invece integrazione vuol dire creare un microkosmos (o meglio microchaos...) in cui dare ai mussulmani tutto quello che avevano nei paesi d'origini comprese botte alle mogli e coltelli alle figlie che vestono Jeans. Il ministro ferrero si rende conto che istruzione venga impartita in alcune delle moschee che vorrebbe finanziare? Non certo biologia o matematica. Insomma in poche parole senza menarla per le lunghe (perchè devo anche iniziare a lavorare, i soldi mica me li regala ferrero come fa alle moschee e se pure lo facesse glieli tirerei dietro) il nostro governo finanzia la formazione di futuri perfetti kamikaze e terroristi o affini vari. Tenendo conto che questo processo è in fase molto più avanzata in molti paesi eurobei (Francia, Olanda, Svizzera e tutta la Scandinavia specie Svezia) è probabile che con il passare del tempo nell'intera Eurabia si imponga il modello ferrero d'integrazione. Ovvero il modello "blocchi contrapposti" all'interno della stessa città, da una parte gli autoctoni dall'altra immigrati e figli di immigrati. Due mondi distinti che non conoscendosi e non capendosi non ci metteranno molto ad entrare in conflitto l'uno con l'altro. Insomma una sorta di guerra civile eurabica non mi sembra un'ipotesi così grossolana. Finiremo come Israele, ci abitueremo a convivere con gli attentati giornalieri. In fondo già ci siamo abituati a quelli saltuari, o alle uccisioni dei Theo Van Ghogh e alle minacce a chi la pensa non in accordo con il Corano. Da qui al resto il passo è breve. Continueremo la nostra vita sperando che "non tocchi a noi" a saltare in aria.

Ultima cosa e finisco: sapete chi si è opposto maggiormente a questa brillante idea del ferrero? Immigrati e per lo più donne mussulmane. Qui trovate qualcosa a riguardo: http://www.loccidentale.it/node/4333.

 

 

postato da: Simmaco alle ore 08:55 | link | commenti (3)
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